Intervista Claudio

Intervista a Claudio - Cooperativa Immaginaria

Intervista a Claudio

Cooperativa Immaginaria

La sostenibilità come scelta quotidiana

La sostenibilità ambientale è uno dei valori fondamentali della Cooperativa Immaginaria. Come si traduce concretamente questo principio nella quotidianità operativa?

La sostenibilità non è parente della comodità. Questa è una delle frasi che ripeto spesso quando vado a parlare con i ragazzi delle scuole elementari. Se vogliamo essere comodi, non possiamo essere sostenibili. Ed è vero che la vita quotidiana ci spinge verso la comodità: usiamo la macchina diesel, il monouso.

Ma noi proviamo a scegliere diversamente. Quotidianamente cerchiamo di sostenere economie locali, piccole attività commerciali, un approccio alla vita basato sulle relazioni. Questo si riflette nell'ideazione dei nostri progetti: non sono altro che il nostro sguardo su tematiche che ci vengono proposte dall'alto. Quando si parla di giovani, di fare rete, di lavorare sui talenti, noi pensiamo progetti che creano relazioni. Che siano internazionali, attraverso la progettazione europea, o locali, tutto si fonda sulle relazioni. E le relazioni sono difficili da mantenere, non possono essere comode. Ti sbagli continuamente. Ma così si cresce.

Le radici: dall'incontro con ACAB alla nascita della cooperativa

Come è nato il vostro impegno per la sostenibilità ambientale?

Il tema della sostenibilità è nato diciassette, diciotto anni fa. Stava nascendo mia figlia Arianna e incontrai Massimo Santucci, presidente di ACAB Med, società che faceva parte di una rete nazionale e proponeva percorsi di animazione nelle scuole elementari. Loro ebbero la fortuna di incontrare me, che venivo dal teatro e dall'animazione. Io la fortuna di incontrare loro, che puntavano all'imprenditorialità e a una sostenibilità più strutturata.

All'epoca c'era l'associazione ATE con Bruno, Lino, Tiziana. La cooperativa è nata cinque anni dopo, quando questo progetto di educazione ambientale viaggiava già puntualmente nelle scuole dei piccoli centri del Sud Italia. Piccoli paesi, piccole scuole, come quella che frequentano le nostre figlie. Un incontro sostenibile, in tutti i sensi.

Il metodo: teatro ed educazione non formale

Immaginaria ha sviluppato una metodologia che combina teatro, imprenditoria sociale e animazione territoriale. Come funziona questo approccio?

Ho potuto garantire a questa rete una serie di incontri sulla sostenibilità molto particolari. Abbiamo portato nelle scuole attività di educazione non formale, grazie alla semplicità di organizzare spettacoli, performance dove i bambini arrivano, si siedono e guardano. Il problema è come stanno seduti, cosa fanno. Quando si parla, si attiva un approccio mentale: devi ascoltare fisicamente e mentalmente.

Noi utilizziamo attività teatrali, musicali, di danza, formazione per volontari e youth worker. Prendiamo questi esercizi e li trasformiamo in momenti spettacolari, usando pratiche di gruppo per lavorare con trenta, quaranta, cinquanta persone. Tutto con estrema semplicità: i bambini seduti per terra, assenza totale di scenografia, lavoriamo solo con i nostri corpi.

All'inizio indossavo i panni di Capitan Eco, un personaggio pirata che però non ho mai sentito veramente mio, perché era un marchio registrato da ACAB. Col tempo, Massimo Santucci e altri hanno deciso di allargare la società, che ora si chiama Officine Sostenibili, e con loro portiamo avanti altre iniziative, organizziamo festival.

Le pratiche concrete: dal monouso allo svuota-frigo

Nei progetti internazionali e nelle attività quotidiane, quali sono le politiche concrete per ridurre l'impatto ambientale?

Nei progetti internazionali non utilizziamo assolutamente il monouso. Quelle volte che siamo stati invitati a farlo, l'abbiamo fatto e ci siamo pentiti. Gli errori si fanno, poi si cercano soluzioni. Cerchiamo di comprare poca roba. Se usiamo carta, proviamo a utilizzare quella riciclata, cartone. Per i materiali andiamo al risparmio.

Il nostro territorio, il Sannio, non offre possibilità di merceria o drogheria se non nei negozi cinesi. Fortunatamente in Irpinia hanno aperto un negozio con marchio tedesco, europeo. Sono problematiche ampie: puoi rivolgerti alla cartoleria locale, ma quando devi fare spese più grandi cerchi una soluzione economica che qui non abbiamo.

Però abbiamo costruito una grandissima relazione con il team cucina. In ogni progetto creiamo con i partecipanti l'attività dello svuota-frigo, così si rendono conto che il cibo non può essere buttato. La nostra cucina piace, quindi ci sono pochi avanzi, e il team ha la capacità di rimpastare ciò che viene cucinato per creare altri prodotti. Questo viene dichiarato apertamente nel gruppo di lavoro, perché deve essere una pratica condivisa. Prendersi cura delle proprie cose diventa un'attività necessaria per lavorare su di sé in collaborazione con gli altri.

Fuori, nei progetti internazionali altrui, non mi capita mai di dovermi prendere cura della cucina. A me invece piace farlo, perché la cucina è un luogo informale di lavoro comunitario. Questa è la direzione dei nostri progetti: organizzare attività che siano processi utili per un lavoro comunitario. Che si lavori con il teatro, con la sostenibilità ambientale raccogliendo spazzatura nei sentieri, o utilizzando gli spazi per creare scenografie invece di comprarle. Fare site specific. Il nostro progetto permette di valorizzare ciò che c'è intorno: persone, beni materiali e immateriali. La Convenzione di Faro parla proprio di questo.

Le differenze culturali e l'ipocrisia del greenwashing

Ci sono differenze nell'approccio alla sostenibilità tra i diversi contesti culturali incontrati?

La spazzatura porta ricchezza. È uguale dappertutto. C'è una differenza culturale nell'approccio: nei paesi dell'Est mettono più attenzione sui prodotti per l'igiene del corpo e della casa. Qui no, qui usiamo porcherie per pulire le nostre case e il nostro corpo.

Per il resto le contraddizioni sono le stesse. Ci sono progetti che pur dichiarando uno sguardo sulla sostenibilità, in realtà non se ne curano. Sappiamo tutti cosa succede quando compriamo pile di bicchieri di plastica, anche se bio. Non c'entra niente, stiamo comunque comprando monouso. Lo sappiamo tutti quando scegliamo porzioni monouso. Sappiamo tutti che organizzare un panino per una giornata fuori significa preoccuparsi del cibo da portarsi.

Il discorso è: perché organizziamo attività che non rispettano quello che facciamo? È un esempio concreto di come ci si nasconde dietro un mito, come i bambini che giocano a nascondino lasciando fuori i piedi. È imbarazzante, sia a livello locale che internazionale.

L'evoluzione: dalla comodità economica alla coerenza

Negli ultimi anni c'è stata un'evoluzione nella vostra attenzione alle pratiche sostenibili?

Negli ultimi anni abbiamo costruito processi sulla sostenibilità terribilmente contro ogni forma di economia tradizionale. Quando organizziamo un evento, proviamo a mettere al centro uno sguardo verso ciò che realmente ritorna. Certo, se vendi birra hai un ritorno economico: investi soldi, produci plastica, le persone spendono e tu guadagni qualcosa. Se produci piatti tipici come nelle sagre, valorizzi ma metti pochissima attenzione al rispetto essenziale che tutti dovrebbero avere per quel luogo. La plastica che produci autorizza gli altri a produrla.

Se in una sagra di un paesino sperduto ci sono milioni di plastiche usa e getta, stiamo dicendo che lì la plastica è normale, si trova, esiste. Anche in quel posto di campagna, di montagna, nelle aree interne. Dovremmo occuparci principalmente del segnale che lasciamo. Il linguaggio non verbale è importantissimo. Altrimenti significa che pensiamo solo ai soldi.

L'altro giorno sono andato in un posto in Irpinia. Non c'erano piatti di plastica. Eravamo più di centocinquanta persone, un gruppo gestibile. Abbiamo mangiato nel tempo, un piatto unico: pane con bruschetta, pasta... Una forchetta di metallo. Non è comodo, certo. Dopo hanno dovuto lavare piatti e posate. I bicchieri erano di plastica dura. Questo è un obiettivo futuro.

Per ora abbiamo deciso di non mettere vendita nei nostri eventi. Adesso dobbiamo iniziare perché una vendita è necessaria. Se vogliamo distaccarci dalla progettazione e dal mondo dei bandi, serve un'entrata economica. Ma dobbiamo farlo sapendo di lanciare un messaggio.

Sono orgoglioso dei festival che organizziamo con Officine Sostenibili: il Festival della Sostenibilità non ha prodotti in vendita. Abbiamo sperimentato un'attività dove i bambini si fanno la pasta, la cucinano e la mangiano. Le persone dicono: "Non ho mai assistito a un processo del genere". Il lavoro più grande è raccogliere tutto ciò che deve essere riutilizzato in un altro evento.

È necessario, perché riuscire a organizzare eventi dove parli con onestà sotto tutti i punti di vista è importante. Non possiamo più nasconderci.

Cooperativa Immaginaria - Un impegno concreto per la sostenibilità ambientale e sociale